Dopo tanti anni passati a fotografare con diapositive, negativi a colori e b/n, molti appassionati (compreso il sottoscritto) sono atterrati sul pianeta Digitale, con i suoi mari di dati tecnici, i monti di software, le immense foreste di immagini.
Orizzonti immensi si sono aperti, ora è possibile ottenere una buona foto in qualunque condizione di tempo, di luce, di situazione: le macchine pensanti bloccano la mano del fotografo, riconoscono facce, aggiungono colori. E se la foto – malgrado tutto (indeguatezza del fotografo? lamacchinapensante non può sbagliare) – è venuta male, ecco correre in aiuto il NegozioDiFoto, Photoshop l’onnipotente.
Ma fin dove è giusto spingersi? Forse la domanda è: fin dove ha senso spingersi?
Premessa: la gioia di vedere e ritoccare la foto della propria amata o del proprio bimbo non è in discussione e quindi ognuno fa ciò che ritiene meglio.
Mancano pochi anni al bicentenario della prima fotografia di Nicéphore Niépce, scattata nel 1826. Di strada ne è stata fatta tanta e l’immagine è parte integrante della nostra vita. Legarsi agli schemi in modo rigido e intransigente è sempre sbagliato; la novità mette a soqquadro un mondo tranquillo e codificato, in cui il sapere mantenuto dai Maestri non è messo in discussione.
Io metterei quindi in campo l’onestà dell’immagine, poichè penso sia questo il parametro fondamentale e forse lo è sempre stato, solo che oggi è ancora più importante.
Stavo guardando una delle foto fatte domenica scorsa, in occasione di un’uscita con i compagni di corso della Subalpina, e mi sono domandato se fosse corretto o meno attenuare lo sfondo – un po’ disturbante – dell’immagine. La risposta l’ho trovata nello strumento di Photoshop che fa ciò che si esegue in camera oscura quando si coprono parti della foto con la mano, per renderle più chiare. Mi sono detto: “In fondo è un’operazione che si è fatta per decenni in camera oscura e quindi che male c’è ad applicarla con il mouse? E’ solo più pratico”. La natura dell’immagine è intatta, il soggetto è sempre quello, un piccolo ritaglio ed ecco fatto. E’ un’immagine che mi soddisfa, non ha pretese artistiche e, se comunica qualcosa, lo fa senza trucchi.
Il punto è l’onestà dell’immagine e quindi quella del fotografo/creatore-di-immagini.
Quando si vuole salvare a tutti i costi la foto irripetibile di un momento importante della nostra vita, l’intento è onesto: il fine è recuperare il ricordo. Al contrario, quando si vuole salvare a tutti i costi la foto sottoesposta fatta per imperizia, per fretta o superficialità, allora si è disonesti, o almeno pigri. Quella foto va cancellata e rifatta, facendo tesoro dell’insegnamento.
La fotografia – che sia professionale o meno non importa – comporta fatica, imparare regole, dati e poi ricominciare ad imparare e scattare, scattare, scattare. E cancellare senza pietà. Con ciò non intendo dire che solo le tecniche consolidate dalla camera oscura siano valide, ma che non si debba cambiare la natura della fotografia se non si ha qualcosa di particolare da dire. In tal caso allora tutto è valido, come è sempre stato, solo che ritorna in ballo l’onestà. Se c’è un messaggio, il mezzo non importa più: il soggetto non è l’immagine, ma il messaggio stesso.
E’ affascinante la possibilità di alterare la fisionomia delle persone con qualche clic del mouse, ma non facciamoci portatori di bugie! Se possiamo cancellare un neo con un poco di trucco o col Timbro Clone non fa molta differenza, ma se un volto con delle rughe viene male in un ritratto, la colpa è nostra e cancellarle con Photoshop non ci rende dei fotografi migliori, anche se gratifica il soggetto della nostra foto
P.S. La foto in alto (Pablo Picasso) è di Irving Penn
Links e spunti:





Ciao!
Lo ammetto.. sono una di quelle persone perennemente attaccate al passato, che credono che il meglio sia dietro alle proprie spalle, già andato.. Si, pessimista è dire poco ma forse è anche dire troppo..nostalgica deve essere la definizione giusta. E dunque tra le mani non posso che tenere una macchina foto analogica! E spesso mi ritrovo malignamente a parlare male del digitale.. “e che ci vuole.. scatti 200 foto all’ora.. che ne esca una buona è la probabilità a dirlo!”. Perfida! E ancora, “a ritoccare sono buoni tutti.. ma è quando si scatta che si deve pensare”! Però, però, però.. se chi ha in mano una macchina pensante è anch’esso un essere pensante come te ( ma è un essere raro, o mi sbaglio??!! =-)) allora ritiro tutto quel che ho detto. Ciao!
Ah dimenticavo.. anche io sto frequentando il corso della Subalpina. Puoi immaginare i miei contorcimenti durante le lezioni su photoshop.. “un soggetto del 2005 accanto ad un altro soggetto del 2003.. su di uno sfondo del 1999..” arg!!!
Da: gegio su 24 Gennaio 2008
alle 11:42 am
…grazie!
Beh, pensante, sì, spero non “raro”!
Il problema è che l’automatismo rende pigri; se amiamo la fotografia, il digitale DEVE essere visto come un’opportunità in più, non come il cerotto per ogni schifezza che facciamo.
… allora ci troveremo il martedì sera! Il prossimo, per riconoscerci, dovremo girare entrambi con una macchina decisamente obsoleta
appesa al collo!
Ciao,
Freeze
Da: freezephoto su 24 Gennaio 2008
alle 1:43 pm